← Approfondimenti

La vita cambia le domande

Una conversazione su amore, libertà, felicità e conoscenza di sé

Un'intervista a Elettra Groppo, scrittrice, editrice e life coach, condotta da ChatGPT.

Che cosa significa conoscere davvero se stessi? Quanto siamo liberi di scegliere chi diventare? E perché, anche quando sappiamo cosa ci farebbe stare meglio, continuiamo a comportarci in modi che ci fanno soffrire?

Per esplorare queste domande abbiamo scelto un esperimento: un'intervista condotta dall'intelligenza artificiale, senza risposte preparate e senza una scaletta rigida. Ogni domanda nasce, almeno in parte, dalla risposta precedente.

Ne è nata una conversazione che attraversa la psicologia, la letteratura, l'amore, le relazioni e la società. Con qualche provocazione, diverse metafore e una convinzione di fondo: conoscere se stessi è importante, ma non significa dover diventare qualcun altro.

1. Quanto desideriamo davvero conoscere noi stessi?

ChatGPT: Hai dedicato buona parte della tua vita professionale a cercare di capire le persone. Ma secondo te, quanto desideriamo davvero conoscere noi stessi? Quando scopriamo qualcosa che non ci piace, siamo disposti ad accettarlo oppure preferiamo raccontarci una versione più rassicurante di ciò che siamo?

Elettra: Una mia cara amica mi ha detto che chi vuole conoscermi deve tenere conto di due cose: che ho studiato psicologia e che sono una scrittrice.

La prima significa che non mi fermo mai soltanto a ciò che le persone dicono. Cerco di capire come lo dicono e quali motivazioni possano esserci dietro. Fermarsi alla superficie significa ascoltare soprattutto l'immagine che gli altri hanno di sé, non necessariamente ciò che sono davvero.

La seconda significa che una parte di me ama immaginare ciò che non c'è, ciò che potrebbe essere e ciò che vorremmo accadesse.

Scrivo in realtà anche analizzando il presente e il passato, ma questo non mi esime dal romanzare la vita. In realtà non sono l'unica a farlo, lo facciamo tutti, chi più chi meno.

Pensiamo al mito della caverna di Platone: guardiamo la realtà attraverso le nostre esperienze, le nostre conoscenze e le nostre paure. A volte cambiamo la realtà per come riusciamo a sopportarla.

Questa lunga premessa serve a dire che ciò che pensiamo di essere è spesso influenzato da come vorremmo apparire. Conoscersi davvero può significare scontrarsi con una realtà che non sempre abbiamo voglia di affrontare.

Anche perché la nostra identità passa, in parte, attraverso lo sguardo degli altri, quindi è facile cadere nel tranello: «Se mi fraintendono è perché non mi capiscono», dandoci così il permesso di non cambiare.

Quindi, vogliamo veramente capire noi stessi? A volte sì, a volte no. Molto spesso no.

Chi vuole veramente migliorarsi, che in questo caso non significa obbligatoriamente cambiare sé stessi, ma semplicemente capire meglio come esprimere sé stessi in modo tale che gli altri siano in grado di capire ciò che siamo, può intraprendere un percorso in cui il confronto diventa il primo passo per una nuova conoscenza di sé.

Mi piace pensare di essere una sorta di Virgilio psicologico che attraverso i gironi della nostra anima porta l'altro fino al «Paradiso», peraltro la sezione meno studiata non solo di sé stessi, ma anche a scuola!

2. E se gli altri avessero torto su di noi?

ChatGPT: Se gli altri ci fraintendono, possiamo usare quel fraintendimento come scusa per non cambiare. Ma non esiste anche il rischio opposto, quello di dare troppa importanza al loro giudizio? Come distingui una critica utile da una che dovremmo lasciar andare?

Elettra: Ti direi due cose: la prima è che se la critica arriva da un solo pulpito, magari è proprio l'altra persona a non aver capito, ma che se il giudizio ci arriva da più fonti, forse è il caso di prenderlo in considerazione.

Poi dipende anche da chi la critica la fa. È una persona che lo fa costantemente con tutti, quindi lo fa a prescindere dalla nostra comunicazione? Oppure è una persona che normalmente non lo fa e che, a un certo punto, sente il bisogno di dirci qualcosa?

La seconda risposta te la metto sotto forma di racconto: quello di un re che regna pacificamente nel suo regno finché un folle non mette una pozione della follia nell'acqua del regno. L'intero popolo impazzisce, tranne il re che ha il suo pozzo personale.

A quel punto il re, pur regnando con saggezza ed equità, come aveva sempre fatto, si ritrova ad avere un popolo scontento. Ha quindi una scelta importante da fare: destituirsi o bere anche lui l'acqua del popolo.

Alla fine dei conti noi viviamo in mezzo alle persone e dobbiamo capire se vogliamo vivere in mezzo a loro o trovare una strada alternativa per rimanere come siamo, che potrebbe anche essere cambiare città.

Poi aggiungerei una precisazione: senza fare gli altezzosi, abbiamo intelligenze diverse, sia negli stessi ambiti (come intelligenza logica, emotiva, sociale ecc.) che in ambiti diversi.

Una persona particolarmente abile nel ragionamento logico potrebbe avere difficoltà a cogliere alcune sfumature emotive. Qualcuno con grandi capacità relazionali potrebbe faticare a comprendere altri tipi di ragionamento.

Non sappiamo ovviamente chi abbiamo di fronte quando ci arriva una critica da chi non conosciamo, quindi sicuramente possiamo prendere in considerazione ciò che ci è stato detto e poi valutare se ha un senso per noi oppure no.

Inizialmente ogni critica ci darà fastidio, ma lasciandola decantare, magari parlandone con altri che ci conoscono, possiamo capire meglio se può aiutarci a migliorare noi stessi oppure lasciar stare.

3. E se il problema non fossimo noi, ma il mondo in cui viviamo?

ChatGPT: Oggi si parla moltissimo di resilienza e adattamento. Ma non rischiamo di chiedere alle persone di adattarsi anche a situazioni che non dovrebbero essere accettate? Dove finisce il lavoro su se stessi e dove comincia la necessità di mettere in discussione ciò che ci circonda?

Elettra: Questa è la domanda del secolo!

Ci si è chiesti per un periodo se i matti (quelli che normalmente venivano messi in manicomio) fossero veramente matti o se semplicemente non fossero più in grado di gestire la follia del mondo e che quindi fossero più sani di noi.

Certo, è una provocazione, ma il mondo in cui viviamo è fatto veramente a misura d'uomo o è solo il risultato di logiche di potere? Non so se potremo mai avere una risposta definitiva.

Quello che però sappiamo è che il sopportare fa parte della nostra cultura, quella religiosa in primis, e sicuramente una parte di questa sopportazione è necessaria.

Non saremo mai in grado di vivere in un mondo in cui tutto va secondo i nostri desideri, rischieremmo di vivere isolati ognuno nel proprio mondo.

L'adattamento è poi una delle risorse più importanti non solo dell'essere umano, ma della natura in generale, è ciò che ci fa sopravvivere.

Fin dove sia giusto adattarsi? Immagino che la risposta sia fin dove serve per sopravvivere. Poi, se vogliamo discutere sulla parola «giusto», si apre un intero capitolo filosofico.

Quello che però possiamo fare è cercare di limitare alcune situazioni che ci fanno ammalare, e non solo a livello psicologico.

Un ambiente lavorativo tossico non produce molto, quindi è controproducente sia per il lavoratore che per il datore di lavoro.

Una famiglia che svaluta un componente è perché probabilmente ha avuto delle ferite e difficoltà a sua volta. Questo non significa che vada bene, significa che una volta capito questo, si cercherà di costruire una propria famiglia altrove, se l'altro non vuole comprendere il dolore che sta infliggendo.

In Identikit di un amore, attraverso i ventuno tipi di amore che descrivo, affronto anche questo: possiamo comprendere le ragioni di un'altra persona senza essere obbligati a continuare a subirne i comportamenti.

4. Possiamo amare qualcuno e stare meglio senza di lui?

ChatGPT: Siamo cresciuti con storie in cui l'amore supera ogni ostacolo. Eppure un sentimento può essere autentico e profondo, ma insufficiente per vivere bene insieme. Perché facciamo tanta fatica ad accettarlo? E come distinguiamo il desiderio di costruire una relazione dalla paura di perderla?

Elettra: Possiamo stimare una persona e amarla, ma non necessariamente nel ruolo di partner. Vivere assieme una storia d'amore non ha lo stesso impatto del viverla più a distanza. Pensiamo che amare sia un verbo dedicato solo alle persone con cui stiamo, come coppia, ma l'amore è qualcosa di più grande.

E sì, amare può salvare vite, lo sappiamo molto bene, ci dà una forza e un'energia che da soli spesso non abbiamo.

Avere le «spalle coperte», un posto dove prendere fiato quando siamo stanchi o affranti, ci permette anche di essere «deboli» in alcuni momenti senza che il nostro mondo imploda. Questa è una situazione che ci dà una forza incredibile! Questo se nella relazione noi possiamo cedere ogni tanto.

Allo stesso tempo l'amore non è sempre presente con la stessa intensità e se basiamo tutto su di essa, appena vacilla, la storia finisce.

Se invece abbiamo costruito progetti, intimità, interesse reciproco e una vita condivisa, anche quando il sentimento attraversa un momento meno intenso abbiamo ancora un mondo intero in cui vivere. E nelle piccole cose possiamo ritrovare nuove scintille.

Poi c'è la compatibilità.

Si dice che un cerchio non può entrare in un quadrato. Lo impariamo da piccoli quando giochiamo con le forme. Entrambe sono figure valide, ma non compatibili.

Quindi possiamo incontrare persone che prese singolarmente possono essere belle e «giuste», ma magari non adatte a noi, non per il nostro stile di vita, non per i nostri valori, non per il modo in cui sentiamo di dover essere amati.

Noi viviamo di mappe emotive personali, quindi possiamo dire, con una metafora, che le nostre strade, almeno in gran parte, dovrebbero sovrapporsi.

Per quanto riguarda la distinzione tra desiderio di costruire una relazione e la paura di perderla, beh, so che sembra strano, ma ci vuole anche un atto di fede. Chiaro, una fede calcolata.

Nel senso che se si capisce un po' la persona, si può arrivare a calcolare una sorta di probabilità che la relazione possa funzionare.

Gli imprevisti possono mandare all'aria tutto, ma il segreto di ogni successo è crederci. Se non lo facciamo, di certo non si avvera.

In questo possiamo scomodare la profezia che si autoavvera descritta da Robert K. Merton, o il detto popolare «aiutati che Dio ti aiuta».

Se ci impegniamo molto in una direzione è più probabile che essa si avveri perché modificheremo le nostre abitudini o comportamenti in modo da contribuire alla realizzazione della nostra predizione.

5. E se non sapessimo davvero amare?

ChatGPT: Consideriamo l'amore qualcosa di spontaneo, quasi istintivo. Eppure impariamo a fare moltissime cose, mentre diamo per scontato di sapere già come costruire una relazione. L'amore è un sentimento che nasce spontaneamente oppure è anche una competenza da sviluppare? E perché dedichiamo così poco spazio all'educazione affettiva?

Elettra: Ah, l'amore è decisamente qualcosa che si impara!

Certo, c'è una parte che è scritta nel DNA di tutti noi, ma una cosa è la grammatica dell'amore e un'altra cosa è saper parlare bene.

Potremmo dire che l'amore ha radici naturali, ma l'amore che ci fa stare bene è qualcosa che dobbiamo imparare a costruire.

Perché dedichiamo così poco spazio all'educazione affettiva? Si dovrebbe chiedere alla società, alla politica.

Potrei azzardare un'ipotesi provocatoria: le persone infelici potrebbero essere più facilmente manipolabili e diventare clienti più vulnerabili del consumismo.

Ma potremmo anche dire che tendiamo ad essere un pelino arroganti, come esseri umani, e a credere di sapere già tutto di noi stessi.

Con internet, poi, ci basta leggere due righe scritte chissà dove e improvvisamente diventiamo esperti!

6. E se i nostri genitori ci avessero insegnato ad amare nel modo sbagliato?

ChatGPT: La famiglia è spesso la nostra prima scuola delle emozioni. Quanto siamo condizionati dal modo in cui siamo stati amati? Possiamo imparare ad amare diversamente senza dover necessariamente perdonare o riconciliarci con chi ci ha cresciuti? E non rischiamo, a volte, di usare l'infanzia come spiegazione che ci esonera dalle responsabilità del presente?

Elettra: C'è una frase che si incontra spesso nei discorsi psicologici: non sei responsabile dei traumi che hai subito, ma hai la responsabilità di affrontarne le conseguenze.

Tutto quello che impariamo da giovani ci condiziona in maniera profonda.

Se i nostri genitori ci hanno amati con la violenza, noi possiamo pensare che quello sia il modo in cui si ama. È anche vero che possiamo desiderare qualcosa di diverso e cercarlo altrove.

A volte cerchiamo un amore che riempia le mancanze che abbiamo vissuto. Altre volte osserviamo i genitori di un amico, vediamo che si amano in modo diverso e desideriamo qualcosa di simile. Oppure, più semplicemente, cerchiamo un amore che ci faccia stare bene.

A un certo punto possiamo scegliere quale amore vogliamo per noi, ma dobbiamo ricordarci anche quale amore scegliamo di dare agli altri.

Questa è una distinzione importante, perché spesso vogliamo essere amati, ma poi non riusciamo a dare amore.

In queste relazioni è importante avere un equilibrio, altrimenti rischiamo di riprodurre proprio quei modelli che avevamo rifiutato.

7. Perché continuiamo a fare ciò che sappiamo farci male?

ChatGPT: Una persona può conoscere le proprie difficoltà e continuare a ripetere gli stessi comportamenti. Che cosa manca tra consapevolezza e cambiamento? E quando diciamo «sono fatto così», stiamo accettando noi stessi oppure cercando una giustificazione per non cambiare?

Elettra: Cosa manca tra la consapevolezza e il cambiamento? Energia.

Il cambiamento comporta un grande dispendio di energia. Ma ci vuole anche coraggio, perché una situazione che conosciamo, anche se ci fa star male, la sappiamo gestire, perché lo facciamo da molto tempo.

Qualcosa di nuovo significa un salto nel buio, imparare nuove regole, modificare le nostre abitudini e tutto questo è inizialmente molto stancante e soprattutto fa paura.

Ci chiediamo: ne vale veramente la pena? E se poi andasse peggio?

La verità è che noi siamo dei piccoli scienziati della nostra esistenza, dobbiamo sperimentare per capire ciò che è adatto a noi, ma è sicuramente più facile adagiarsi alle direttive di qualcun altro che ci dice come fare.

L'affermazione «sono fatto così» mi fa sorgere una domanda: fatto così come?

Perché c'è una distinzione da fare. Esiste una distinzione tra le caratteristiche più profonde e relativamente stabili della persona e una parte molto ampia di noi derivata da una costruzione attraverso esperienze, abitudini e apprendimenti.

Per esempio, una persona con un temperamento introverso non deve necessariamente diventare estroversa per vivere bene e quella parte sarà anche molto difficile da cambiare.

Può però sviluppare competenze sociali, strategie e modi di comunicare che le permettano di affrontare meglio determinate situazioni.

Il resto di noi si può modificare.

Quindi, quando diciamo «sono fatto così», a quale parte di noi ci riferiamo?

In base a dove cade la risposta allora o si accetta ciò che l'altra persona è o è una giustificazione per non cambiare.

8. Siamo davvero liberi di scegliere chi diventare?

ChatGPT: Ci viene ripetuto che possiamo diventare qualsiasi cosa desideriamo, purché ci impegniamo abbastanza. Ma non partiamo tutti dalle stesse condizioni. Quanto siamo realmente liberi di costruire la nostra identità e la nostra felicità? E non rischiamo di trasformare l'infelicità in una colpa individuale?

Elettra: Beh, trasformare l'infelicità e la mancanza di successo in una colpa individuale è un'idea che richiama anche certe interpretazioni dell'etica protestante!

La società, le pubblicità, i post motivazionali, tutti ti dicono che puoi diventare quello che vuoi e guadagnare quanto vuoi. La realtà è ben diversa.

Però c'è un concetto di fondo che non è del tutto sbagliato. Tutti possiamo diventare la parte migliore di noi stessi.

Se conosciamo i nostri punti di forza e i nostri limiti, magari la smettiamo di competere su un piano in cui siamo destinati a fare molta fatica.

Ognuno di noi possiede capacità differenti. Il nostro compito è cercare l'ambiente in cui possiamo esprimerle al meglio.

Questo non significa poter diventare i migliori in qualsiasi cosa. Non è umanamente possibile.

Senza contare che abbiamo più di otto miliardi di persone con cui confrontarci!

Più che cercare ciò che ci fa apparire migliori, dovremmo cercare ciò in cui siamo bravi e ciò che ci permette di vivere bene.

Anche perché così il dispendio di energia può essere decisamente inferiore, e sopravvivere alla vita è già, di per sé, piuttosto faticoso.

9. E se la felicità non avesse niente a che fare con il successo?

ChatGPT: Come distinguiamo ciò che desideriamo davvero da ciò che abbiamo imparato a considerare desiderabile? E quando una persona si rivolge a te per raggiungere un obiettivo, ti chiedi se quell'obiettivo la renderà felice?

Elettra: Noi pensiamo che il successo sia economico o diventare famosi, ma il successo potrebbe essere anche solo il raggiungimento dei propri obiettivi.

C'è chi ha successo perché ha una vita felice, con degli affetti, supporto sociale, un lavoro appagante.

Alla domanda «Come distinguiamo ciò che desideriamo davvero da ciò che abbiamo imparato a considerare desiderabile?» la risposta è allo stesso tempo banale e tremendamente difficile.

Dobbiamo capire la differenza tra ciò che fa stare bene noi, con le nostre esigenze, e ciò che l'ambiente in cui viviamo vorrebbe da noi.

La difficoltà aumenta quando non corrispondiamo alle aspettative della società.

Ci hanno fatto persino una trilogia cinematografica, Divergent, su persone che non rientrano nelle categorie previste. Ma non serve arrivare a quel punto: basta avere idee, valori o una cultura differenti per sentirsi marziani.

Quando si rivolgono a me per raggiungere un obiettivo posso anche chiedermi se quell'obiettivo lo renderà felice oppure no, ma non sono io a dover dire quale può essere la possibilità che lo sia o no.

Come dicevo, dobbiamo essere scienziati della nostra vita, quindi saranno loro a doverlo scoprire, anche perché io sono un essere umano, fallibile anche nelle mie previsioni.

E poi, se magari è vero che stanno inseguendo il sogno di qualcun altro, ma questo li rendesse ugualmente felici?

Chi sono io a dover dire che devono vivere in maniera diversa dovendo trovare un sogno loro?

10. Aiutare qualcuno significa sempre rispettare le sue scelte?

ChatGPT: Immaginiamo una persona che voglia imparare a sopportare una relazione in cui viene continuamente svalutata. Come concili il rispetto della sua libertà con la responsabilità di non rafforzare una situazione dannosa? Dove finisce l'accompagnamento e dove comincia il dovere di intervenire?

Elettra: Per anni ho organizzato una fiera del libro a Saint Vincent e in una delle edizioni il tema era «libertà».

Il presentatore mi chiese che cosa significasse per me essere liberi.

Risposi parafrasando un pensiero di Gustave Le Bon: la libertà è la possibilità di scegliersi le proprie catene.

Io aiuto le persone a trovare il proprio equilibrio. Quando una persona è consapevole delle proprie scelte e ha trovato la strada che desidera percorrere, il mio lavoro può considerarsi concluso.

Non porto le persone a prendere strade che non vogliono percorrere. Ognuno ha il diritto di vivere secondo le proprie possibilità, i propri desideri e le proprie capacità.

Il fatto che io non vorrei vivere in un certo modo non significa che anche gli altri debbano rifiutarlo.

Altrimenti diventerei come quello Stato autoritario di Divergent, in cui chi è diverso non può esprimersi. E questo sarebbe l'esatto opposto di ciò che dovrebbe accadere in un percorso di coaching o consulenza.

Naturalmente, la consapevolezza è necessaria per scegliere, ma non elimina automaticamente tutti i condizionamenti.

E situazioni di violenza, coercizione o rischio per l'incolumità richiedono attenzioni specifiche e, quando necessario, l'intervento di professionisti e servizi competenti.

Ma non possiamo sostituirci alla volontà dell'altro soltanto perché pensiamo di sapere quale sia la scelta migliore.

11. Chi aiuta gli altri ha davvero capito come vivere?

ChatGPT: Chi si rivolge a un professionista dell'aiuto spesso gli attribuisce una saggezza particolare. Quanto è importante riconoscere le proprie fragilità? Ti capita di conoscere perfettamente uno strumento e di avere difficoltà a utilizzarlo nella tua stessa vita?

Elettra: C'è chi dice che chi non sa fare insegna. Speriamo che non sia proprio così per tutti.

Dare consigli agli altri è sempre molto più semplice che seguire i propri consigli.

Credo però che sia fondamentale, per chi accompagna altre persone, saper riconoscere le proprie fragilità e i propri limiti.

Che poi questo sia vero nella realtà, sappiamo benissimo che non è sempre così.

Posso parlare di me e posso dire che faccio di tutto per migliorare me stessa.

Possiamo dire che io sono in terapia continua con i miei pensieri, con gli studi che faccio e il confronto con gli altri.

Ho fortunatamente anche una rete sociale che mi ricorda anche quello che dico, cercando poi di correggere il tiro quando a volte, in momenti di più stress o difficoltà, mi dimentico i miei stessi consigli.

D'altronde anche gli psicologi, psicoterapeuti e counselor hanno bisogno di un confronto.

Conoscere qualcosa non significa essere immuni dalle difficoltà che quella conoscenza dovrebbe aiutarci ad affrontare.

12. Perché raccontare storie, quando potresti limitarti a spiegare la psicologia?

ChatGPT: Nei tuoi libri utilizzi spesso racconti e personaggi per affrontare temi psicologici e sociali. Che cosa riesce a fare una storia che una spiegazione teorica non riesce a fare? E quando inventi un personaggio, sei sempre tu a decidere come si comporterà?

Elettra: Le emozioni hanno un ruolo importante nella memoria. Quando un concetto è legato a una storia che ci coinvolge, può diventare più facile ricordarlo e comprenderlo.

Se leggiamo un testo saggistico possiamo limitarci a imparare delle nozioni. Se invece leggiamo una storia, possiamo riconoscerci in un personaggio oppure riconoscere qualcuno che conosciamo.

E allora cominciamo a farci domande.

Magari troviamo una risposta nel racconto. Oppure pensiamo: «Ah no, io avrei fatto diversamente!».

Anche questo è importante. Scatenare un ragionamento aiuta a fare nostro un concetto, anziché limitarci a ripeterlo.

Quanto ai miei personaggi, normalmente li costruisco per raccontare studi e teorie che ho approfondito oppure nascono dalla combinazione di molte storie che ho ascoltato durante il mio lavoro.

Però sì, una volta ho iniziato a scrivere un libro pensando di voler raccontare un argomento ma poi il personaggio è cambiato ed è diventato tutt'altro.

Credo che quando un personaggio prende vita, anche in questo caso non bisogna incasellarlo, ma dargli la possibilità di farlo diventare ciò che è destinato ad essere.

In fondo, vale anche per le persone.

13. E se conoscere se stessi non ci rendesse più felici?

ChatGPT: La consapevolezza può avere un prezzo. Possiamo scoprire che una relazione non funziona, che un obiettivo non ci soddisfa o che alcune convinzioni erano illusioni rassicuranti. Non rischiamo di diventare più infelici conoscendoci meglio? E se qualcuno fosse felice nella propria inconsapevolezza, dovremmo spingerlo a guardare oltre?

Elettra: Ah, non c'è dubbio che la consapevolezza possa renderci più infelici, almeno all'inizio! Perché ci rendiamo conto che qualcosa dovrebbe cambiare.

Resta il fatto che, se riusciamo a realizzare quel cambiamento, potremmo diventare ancora più felici di prima.

È un paradosso: può diventare più difficile raggiungere la felicità, ma quella che troviamo potrebbe essere più profonda.

Anche questa, però, è una scelta che ognuno deve fare.

Mi chiedi se una persona felice della propria inconsapevolezza è una persona che dovremmo portare a conoscere sé stessa.

La risposta è: assolutamente no.

Non andiamo ad aprire il vaso di Pandora se la vita di qualcuno è in equilibrio. È già così difficile trovarne uno!

Il supporto può arrivare quando la persona si rende conto che qualcosa non funziona più e desidera cercare una strada diversa.

Se forziamo il percorso, rischiamo di spezzare qualcosa in un momento in cui l'altra persona non è pronta ad affrontare il cambiamento.

E allora anche il professionista più bravo del mondo potrebbe non riuscire ad aiutarla.

Ci sono due regole d'oro perché un percorso di coaching o un percorso terapeutico funzioni: la persona deve voler intraprendere un cambiamento e deve trovare un buon feeling con il professionista.

Se queste due condizioni non sussistono, è solo una perdita di tempo e di soldi. O è un modo per costruirsi un alibi: «Ci ho provato e non ha funzionato».

Sarebbe come iscriversi in palestra, non andarci mai e poi sostenere che la palestra non aiuta a mantenersi in forma.

14. E tu, che cosa hai ancora da imparare?

ChatGPT: Abbiamo parlato di amore, libertà, condizionamenti, felicità e cambiamento. C'è qualcosa di te stessa, delle persone o della vita che, nonostante gli anni di studio e di esperienza, senti di non aver ancora capito? E vorresti comprenderlo oppure preferisci che rimanga una parte di mistero?

Elettra: Questa è una domanda trabocchetto!

Se sapessi cosa ancora non ho capito, cercherei una risposta.

Credo piuttosto che, con gli anni e l'esperienza, mi ritroverò ad affrontare situazioni che oggi non posso prevedere.

Il passare del tempo porta con sé una consapevolezza diversa di noi stessi e del nostro corpo, quindi ogni anno potrò dirti cosa ho scoperto in più, ma non so dirti cosa ancora non so.

Certo, esiste un mondo intero di cose che non conosco, ma fermiamoci al mondo psicologico.

In ogni caso non sono onnisciente e non mi chiamo Faust, quindi niente patto con il diavolo!

Quello che mi sono ripromessa è di rimanere aperta ai cambiamenti della vita, della società, di continuare a informarmi e studiare, in modo che anche i miei pensieri si possano aggiornare e adattare.

Il mio professore di arte delle superiori un giorno disse qualcosa del tipo: «La vita è subdola perché non fai in tempo a imparare le risposte che ti cambiano le domande».

Ecco, credo che funzioni proprio così, posso pensare di conoscere oggi molte risposte, ma domani la vita cambia e ciò che so potrebbe non essere più l'informazione più aggiornata.

Sono d'altronde figlia dei miei tempi, anch'io sono influenzata dagli studi di oggi. Tra 50 anni magari l'approccio sarà diverso.

E poi c'è un'ultima cosa.

In Identikit di un amore, dopo aver scritto un intero libro cercando di spiegare che cosa sia l'amore, arrivo a dire che forse è meglio non capire sempre tutto.

Perché una parte di magia ci serve per sopravvivere.

E credo che valga anche per la conoscenza di noi stessi.

Mi piace pensare che rimanga sempre una percentuale di imprevisto, qualcosa che possa ancora sorprenderci e farci sorridere.

Una conclusione che non chiude tutto

ChatGPT: All'inizio di questa conversazione ti ho chiesto quanto desideriamo davvero conoscere noi stessi. Alla fine, forse, la risposta non è arrivare a una definizione definitiva di ciò che siamo.

È continuare a conoscerci, senza pretendere di avere già tutte le risposte.

E senza dimenticare che, proprio quando pensiamo di aver imparato abbastanza, la vita potrebbe decidere di cambiare le domande.

Questa intervista nasce da una conversazione reale tra Elettra Groppo e ChatGPT. Le domande sono state formulate dall'intelligenza artificiale seguendo le risposte dell'intervistata; il testo è stato successivamente rivisto per chiarezza e scorrevolezza, conservandone idee, opinioni e tono personale. Le riflessioni espresse non costituiscono indicazioni cliniche o terapeutiche individuali.

Torna agli approfondimenti